Storie di Audiofilia - L'Hi - Fi Wigwam Show - Terza Parte

Il nostro eroe entra in contatto con i più iluminati audiofili britannici e giunge all'illuminazione finale sulla vera essenza dell'audiofilia.

Storie di Audiofilia – L’Hi – Fi Wigwam Show – Terza Parte

Gli audiofili dell’Hi – Fi Wigwam Show hanno parlato delle proprie esperienze e dei propri rapporti interpersonali, ora è giunto il momento di toccare i nervi scoperti: perché si diventa audiofili? Le conclusioni finali del reportage in tre puntate e l’ultima parola di uno scettico sull’audiofilia.

Molti di loro non hanno storie come questa.

Se chiedi quando si sono appassionati alla musica in alta qualità e a tutte le sue trappole, parlano vagamente dell’amare la musica fin da quando erano bambini o dell’essere affascinati dal giradischi di famiglia. Beh, sì, lo ero anch’io, ma penso che ci siano mucchi di persone che conosco che si siano ingegnate per cavarsela senza ricablare la casa o comprare morsetti di plastica per assicurarsi che i cavi dei loro altoparlanti non tocchino il pavimento nella convinzione che questo influenzi il suono. Forse c’è qualcos’altro, qualcosa di più profondo.

James di HiFi Wigwam non è un uomo molto dotato di misticismo: è divertente e si prende in giro da solo. Mi dice che il miglior upgrade che si può comprare per il proprio impianto sono due bottiglie di vino – ma ha una teoria secondo la quale gli audiofili potrebbero essere dotati di un’udito differente da chiunque altro. “Sai il modo in cui puoi diventare un super assaggiatore di vino e come le persone che hanno un palato particolarmente buono possono diventare dei grandi buongustai? Mi chiedo se il nostro udito può funzionare così e se è per questo che ci siamo appassionati.”

Forse ha ragione. Forse gli audiofili hanno una sorta di strano superpotere: l’udito accresciuto. E forse qualche volta è un fardello. Trevor mi diche che trova faticoso ascoltare musica che sia registrata male, a prescindere da quanto bella sia la musica in questione. “Amy Winehouse, voce fantastica, ma Back to Black … è un album che suona in maniera terribile”. Recentemente è andato a un concerto del leggendario pianista jazz Keith Jarret. “Rovinato” ha detto. “Rovinato dal sistema di amplificazione della sala”.

James mi dice che a volte sente di non ascoltare la musica, ma il suo impianto hi – fi: è un fan dei Kraftwerk e dei Joy Division, ma si è scoperto a comprare “dello strano jazz” perché mette meglio in luce le qualità del suo impianto. “Non avrei mai” dice duramente, “mai comprato un album di Diana Krall finché non mi sono appassionato all’hi-fi. Ma far suonare un album di Diana Krall nel mio sistema…” Arrossisce. “Santo cielo!”

Persone che ascoltano musica che a loro non piace, persone che si ritrovano a non essere più in grado di ascoltare la musica che adorano: come ho detto, è un universo alternativo. Ha un suo proprio linguaggio e delle proprie tribù, non meno degli scambiatori di casse: gli audiofili che sono condotti dalla ricerca dell’inafferrabile qualità del suono perfetta a migliorare o alterare costantemente il loro hi-fi, comprando e vendendo attrezzatura velocità vertiginosa.

Da qui le idee e i prodotti spacciati da Peter Belt, un ex ingegnere elettronico che sostiene in vario modo di mettere nel freezer i CD prima di farli suonare, di colorare il margine degli album e i fusibili delle spine con un pennarello indelebile viola, di assicurarsi che tutti i led dell’impianto hi-fi siano bianchi – che non è un eufemismo o un gergo tecnico, intende proprio “colorati di bianco” – e l’uso di una serie di creme misteriose.

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Uno dei balsami miracolosi di Peter Belt

Si strofinano sui componenti di un impianto hi-fi e – sentite questa – sulle bande magnetiche delle carte di debito per migliorare i “percorsi energetici” e ottenere una migliore qualità del suono. Un sacco degli audiofili con i quali ho parlato pensano comprensibilmente che Belt sia un pazzo furioso, o peggio un ciarlatano, ma perfino così i suoi adepti non sono difficili da trovare. “Ho preso alcuni dei suoi prodotti” dice Jason. “Funzionano? Non avrei pagato per averli se non pensassi che funzionano davvero.”

E questo (ambito) ha le sue curiose celebrità. C’è Roman “il Gatto” Bessnow: nato in Russia ma stabilitosi negli USA, è un blogger acclamato in alcuni ambienti come “l’audiofilo più ossessionato del mondo” il cui sito, disegnato in maniera sconcertante, mescola citazioni di Thomas Mann con sermoni pesantemente supponenti scritti nello strano vocabolario dei comedy show anni Settanta: “Ho un braccio dal tono escrementale”.

Ci sono dei ricchissimi uomini d’affari che hanno battezzato il proprio gruppo “Club Audiofilo di Atene”, il soggetto di un documentario di Youtube sul quale si discusse molto, con cui Laurie ha degli accordi. Una volta Laurie aveva progettato da solo un piccolo componente del suo impianto hi – fi: Il Club Audiofilo di Atene gliene ordinò diversi, quindi gli scrisse una lettera di congratulazioni in cui, tra le altre cose, si comunicava il fatto che avevano scoperto che la qualità del suono veniva migliorata se il pezzo in questione veniva fatto penzolare dal soffitto appeso a un filo di cotone.

E c’è Peter Qvortrup, un rivenditore al dettaglio di impiantistica hi-fi che si è trasformato in un produttore artigianale di hi-fi. Guida la sua compagnia, Audio Note, da un negozio di Hove che visto da fuori sembra aver chiuso baracca anni prima: la vetrina mostra un mucchio di bottiglie di vino e di tequila vuote e piene di ragnatele.

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Peter Qvortrup di Audio Note

L’attrezzatura prodotta da Audio Note è allo stesso tempo molto rispettata e costosa da far piangere: non si può nemmeno pensare al loro top di gamma se non si è un oligarca o un multimilionario dell’Estremo Oriente. Bastano soli cinque minuti nella sua azienda per capire il motivo per cui la reputazione di Qvortrup lo precede nel mondo degli audiofili. Cita Kierkegaard e Einstein, sta sempre pensare che più o meno tutte le altre fabbriche artigianali di hi – fi del mondo stiano facendo tutto nel modo sbagliato, mi dice di credere che i migliori altoparlanti siano stati prodotti negli anni Trenta e annuncia che spende circa 7.500 sterline l’anno in champagne. Sta riccamente e rumorosamente intrattenendo la compagnia, ma è mortalmente serio quando si parla di hi-fi. Niente di quei discorsi “Non voglio rifilare la mia fede ai non credenti”: è concretamente evangelico.

“Se il tuo articolo avrà un minimo di validità giornalistica – dice colpendo il tavolo con enfasi – è importante convincere la gente che se vai in giro ascoltando la musica da uno di questi – indica il mio iPhone – con cuffiette delle dimensioni di un pisello, il prezzo da pagare per farlo è molto alto in termini di godimento e comprensione musicale. E allora, se pensi che lo sviluppo musicale degli ultimi 100 anni sia finalizzato a soddisfare i requisiti di cose come questa – un’altra disgustata occhiata al mio iPhone – allora finiremo ad ascoltare musica completamente insulsa e inutile.”

Da una parte: bene, dovrebbe dirlo, no? Il suo business consiste nel vendere hi-fi costosi in maniera esorbitante. Ma dall’altra, c’è la scomoda sensazione che potrebbe aver ragione. Prendiamo il dubstep. Non il buon dubstep: quello terribile, rumoroso, ripulito a forza, la variante senza funk che suona come se un gigantesco idiota robotico stesse timbrando la faccia dell’umanità, quello popolare tra gli orribili, boccheggianti confratelli americani. Una della ragioni postulate per il suo successo fu che di questi tempi molte persone ascoltano musica attraverso il computer e che il dubstep suona bene quando viene fuori dalle sottili casse dei laptop: non ci sono sottotitoli difficili da leggere nella musica.

***

A volte, dice James di HiFi Wigwam, essere un audiofilo sembra un hobby meno di quanto lo sia avere una strana malattia, come il disordine ossessivo compulsivo o qualcosa del genere: sai che quello che stai facendo è un po’ sciocco ma non puoi impedirti di farlo lo stesso.

Gli audiofili con cui ho parlato continuano a insistere sul fatto di aver ottenuto che i loro impianti suonino esattamente come vogliono, che non avrebbero più comprato attrezzatura, che sono così vicini alla perfezione che stanno quasi per ottenerla.

Lo dicono, poi pronunciano la parola “ma”: c’è sempre un’altra cassa, un’altra modifica, qualcos’altro che potrebbe portarli ancora un po’ più vicino. Larie mi dice di aver pianificato la semplificazione del suo impianto ma, con tutta la buona volontà del mondo, il suo piano non sembra andare affatto bene. “Ho questo ammonimento: che succederebbe se ci trasferissimo? Potrei aver bisogno di un altro amplificatore. O potrei aver bisogno di una scorta. Ho due amplificatori di scorta, sai, nel caso servissero.”

James dice che la sua ossessione per l’alta fedeltà recentemente l’ha portato a una crisi esistenziale. Era ad uno show a Monaco e ha sentito di un paio di altoparlanti della Magico che costano 600.000 Dollari.

“Hanno fatto suonare da quelle casse una traccia di Dead Can Dance e …” la sua voce si perde e allunga la mano. “Guarda, i peli delle braccia mi si stanno alzando al solo pensiero. La stanza era semplicemente piena di quel suono. Era immacolato. Immacolato. Sono andato via e ho detto ‘Bene, è questo. Questo è il suono che voglio’. E non sarò mai in grado di ottenerlo. Così ho proprio rovinato il mio hobby per sempre.

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To Here Knows When

Ma questo è stato anni fa, e un gran paio di altoparlanti ancora domina il soggiorno della sua  villetta a schiera. Mi ha chiesto se volevo ascoltare qualcosa nel suo impianto. Ho scelto “To Here Knows When”, il singolo del 1991 dei My Bloody Valentine che Brian Eno descrisse come “la musica più indistinta mai prodotta”. Quando fu distribuito, la gente cominciò a riportarlo in negozio, convinta che ci fosse qualcosa di sbagliato nel disco che aveva appena comprato: di sicuro non era intenzionale che suonasse in quel modo, con la sua meravigliosa melodia per occhi assonnati, quasi soffocata da strati di rumore agitato e stordente. L’avevo ascoltato ossessivamente per 25 anni, nel tentativo di arrivare al nocciolo di quello che la band stava pensando mentre lo stava realizzando. Nella sala d’ascolto di Steve mi sono sentito come se fossi seduto nel mezzo della canzone, le chitarre formavano un arco intorno a me. Sono stato sopraffatto. E una volta ancora, tutti i contro della fissazione per l’audiofilia – i ridicoli eccessi finanziari, la ricerca mistica, il comportamento ossessivo – sembrarono evaporare.

Chi non vorrebbe che la musica suonasse così avvolgente, rapitrice? Spenderei 40.000 sterline per una coppia di altoparlanti? Cablerei ex novo la mia casa? Ovviamente no. Ma c’è una parte di me che sa precisamente perché gli audiofili lo fanno e pensa che il resto di noi non sa cosa si perde.

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Alexis Petridis

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