L'audiofilia è una figata! Ma non lo sappiamo dire.

L'audiofilia sembra essere diventata un passatempo "di nicchia", nel suo significato peggiore. Ecco perché dovremmo impegnarci per creare nuovi appassionati.

L’audiofilia è una figata! Ma non lo sappiamo dire.

L’audiofilia sembra essere diventata un passatempo “di nicchia”, nel suo significato peggiore. Ecco perché dovremmo impegnarci per creare nuovi appassionati.

Erano gli anni Sessanta. Mentre il movimento hippie invitava alla pace nel mondo, all’amore libero e all’espansione dei confini sensoriali (non necessariamente in quest’ordine di importanza), gli audiofili cominciavano a sgomitare per trovare il proprio posto nel mondo.

Del resto, tra gli anni Sessanta e Settanta la musica stava facendo nascere il rock, che nel giro di pochi decenni toccò apici ineguagliati. Fu l’epoca dei The Doors, di Jimi Hendrix, dei Pink Floyd, dei Rolling Stones, dei Beatles. Se c’è mai stato un tempo perfetto per diventare dipendenti dall’ascolto di un buon suono, è stato quello.

Anche la situazione sociale e culturale di quegli anni non va trascurata: tra gli anni Sessanta e Settanta i giovani stavano scoprendo e diffondendo delle pratiche che definiremmo meditative e che hanno molto – davvero molto – a che spartire con l’ascolto di musica alla maniera di un audiofilo.

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Che vogliate mettervi in comunicazione con l’anima del mondo o con il più profondo io interiore, che vogliate cominciare un viaggio mentale sull’onda dell’LSD o che preferiate ascoltare gli oltre 15 minuti di Echoes, la predisposizione mentale è la medesima: massima concentrazione (che esclude la pratica di qualsiasi altra attività), massima attenzione alla percezione sensoriale (acustica nel nostro caso) e al fluire di sensazioni che da essa si generano.

Ebbene, per quanto ci fossero tutte le migliori condizioni (culturali e musicali) per far sì che le persone comuni si avvicinassero all’audiofilia, gli audiofili rimasero comunque un gruppo sociale isolato, chiusi con ogni probabilità nelle loro stanze in compagnia di un’enorme collezione di vinili e di un impianto ad altissima fedeltà.

Negli anni successivi molte persone sembrarono avvicinarsi all’audiofilia, con fini non ortodossi.

Avere un impianto stereo eccezionale cominciò ad essere cool. Nessuno però sembrò tanto cool quanto Hugh Hefner, che dalle pagine del mitico playboy cominciò a far passare il messaggio per cui avere un buon impianto stereo poteva essere apprezzato quanto avere una fuoriserie.

Il famoso impianto di Hugh Hefner

Il famoso impianto di Hugh Hefner

Il nuovo corso

Ebbbene, dal principio dell’audiofilia è passato mezzo secolo. Gli audiofili sono usciti dal guscio? Una collezione di vinili oggi funziona come la proverbiale collezione di farfalle nell’approccio con l’altro sesso (come sembrava per Hefner) oppure no?

No.

I tempi sono cambiati. La musica anche (a prescindere dai gusti personali, anche se immaginiamo che quelli che rimpiangono il rock delle origini siano la maggioranza di chi sta leggendo questo articolo) ma quello che ha davvero rivoluzionato il modo in cui si fruisce della musica è la rete.

Lasciando da parte la bagarre sulla qualità intrinseca della musica odierna, non ci riferiamo solo al fatto che attualmente la musica si scarica dalla rete in formati dalla qualità discutibile, o che quegli stessi formati si ascoltino in streaming con un paio di cuffie da mobile. Facciamo riferimento al fatto che il multitasking a cui la rete ci ha abituati è deleterio per un vero, appagante, ascolto di musica.

Attualmente – e tutti possiamo darne conferma – ascoltiamo musica mentre guidiamo, mentre leggiamo, mentre lavoriamo al computer, mentre ci alleniamo in palestra ma è rarissimo che si dedichi in maniera completa e assoluta la propria attenzione al solo ascolto di musica.

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Chiamata alle armi

A questo punto della storia che tutti gli audiofili degni di questo dome dovrebbero rispondere alla chiamata!
Il dictat è quello di far uscire l’audiofilia dalla sua nicchia (che prima o poi comincerà inevitabilmente a puzzare di muffa) e portarla nelle orecchie delle nuove generazioni.
Se avete un amico, un amante, un figlio nell’età della ragione e avete a disposizione un buon impianto, rubategli mezz’ora della sua vita per costringerlo ad ascoltare, e a non fare nient’altro.
Mettete su un pezzo che conosce, che ha sentito decine di volte in cuffia perché si renda conto di come suoni in maniera completamente diversa se ascoltato alla maniera giusta.

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E se il nuovo adepto che state convertendo comincia ad avere addirittura il desiderio di andare a comprare vinili, assicuratevi che sia per il motivo giusto. La copertina, il packaging, la rarità dell’edizione, l’hipsterismo dilagante, sono tutte motivazioni sbagliate. Insegnate a comprare un vinile per come suona, non per come sembra e non per quanto costa.

Se riuscirete a convertirne anche solo uno, l’audiofilia sarà salva!

Abbiamo deciso di riportare in italiano questo piccolo manifesto della “crociata audiofila” dopo averlo letto sulle pagine di Audiophile Review.

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